Perché siamo degli appassionati terminali di musica e lettura, prima di tutto.

Di tutto ciò che è LIBERA espressione. In un’epoca come questa dove ogni cosa è a disposizione, libera appunto, ma senza alcun tipo di controllo o di filtro, quindi difficilmente raggiungibile senza una guida, senza una direzione.

Perché è da quando abbiamo preso possesso della ragione che non smettiamo di essere curiosi, di cercare cose nuove, meno note. Non ci fermiamo MAI, davanti a niente e nessuno.

Quindi, dopo aver letto l’ennesima testimonianza di prima mano da parte di gente che non sapeva nemmeno dove stava di casa (il riferimento è Journey To The Center Of The Cramps, ovvero la biografia dei mitici Cramps di Dick Porter recentemente tradotta in Italia dai ragazzi di Goodfellas) ma era sicura di quello che faceva, ovvero riportare a galla il suono più malato degli anni ’50, quello delle B-sides di rari ed innominabili 45 giri di rockabilly; e centrifugarlo con gli horror comics e il clima urbano e degradato della New York di metà anni settanta. Erano talmente convinti che, alla fine, hanno avuto ragione loro. In barba a tutti!

E così siamo anche noi. Non ci interessa minimamente, per il momento, avere un obiettivo preciso o, meglio, un punto di arrivo. Ci godiamo il viaggio. Vogliamo condividere i nostri soliti ed insoliti ascolti e letture (tutti, per noi, ineludibilmente da CINQUE STELLE e quasi irrimediabilmente PERDUTI) con quanta più gente possibile. Nel mare magnum indistinto della rete globale occorre più che mai una guida all’ascolto ed alla lettura. Occorrono punti fermi.

Proveremo ad essere un filtro, un catalizzatore magari; con i nostri punti di vista e la nostra attitudine proveremo a fare grandi passi, ad assicurarci le cose migliori che ci sono sul nostro pianeta (per gli altri, vedremo) anche in quest’epoca confusa e infelice.

Non è cosa da poco, lo sappiamo.

Se funzionerà saranno i lettori a dirlo, che sono liberi di criticare o suggerire quello che vogliono.

Allacciate le cinture, si parte.

GLI STELLARI

sabato 3 dicembre 2016

FAY HALLAM - House Of Now
(CD Well Suspect Records)


Mi sono innamorato di FAY HALLAM nel lontano 1985 quando ho comprato il primo disco, Rhythm And Soul , dei suoi MAKIN’ TIME: è stato il classico colpo di fulmine.
Con il passare degli anni non mi ha mai tradito proponendo SEMPRE musica originale ed esclusiva, magari non per tutti ma per tanti sicuramente.
Sono anche andato a Londra a trovarla quando era felicemente sposata con GRAHAM DAY (dispotico leader dei PRISONERS) e suonavano insieme in quella miracolosa band chiamata PRIME MOVERS che macinava solido hard-progressive-beat che, in alcuni casi, ricordava i primi DEEP PURPLE, quelli di Shades Of…, con FAY a fare egregiamente la parte di JOHN LORD.
Il matrimonio, probabilmente impossibile, è fallito ma FAY non si è persa d’animo ed ha continuato a comporre il suo fantastico sound ora con influenze della migliore JULIE DRISCOLL ora con profumi bossa-jazz delicati ed eleganti (come nell’ultimo splendido Corona dell’anno scorso).
A differenza di GRAHAM DAY che è rimasto ancorato al sound di sempre quindi fortemente influenzato dal garage dei medi sessanta, da JIMI HENDRIX e dalle colonne sonore di oscure serie televisive di quegli anni (come dimostra anche l’ultimo disco a nome THE SENIOR SERVICE ovvero The Girl In A Glass Case) FAY ha modificato il suo modo di comporre senza tradire le influenze iniziali quindi tenendo ben stretti i riferimenti ai mitici anni sessanta ma inglobando anche influenze più legate agli anni settanta (certo progressive inglese di scuola BRIAN AUGER ed i suoi TRINITY) come anche influenze di certa Bossanova dai sapori più malinconici e riflessivi.
Penso che proprio ora FAY stia raccogliendo grandi soddisfazioni con un più ampio consenso di pubblico, profondamente meritato, e con questo nuovo ed inaspettato House Of Now la situazione non potrà che migliorare per lei.
Da notare che l’etichetta è la WELL SUPSECT ovvero la nuova etichetta di EDDIE PILLER che con GILLES PETERSON ha fondato in passato la storica ACID JAZZ RECORDS dando origine a praticamente tutto ciò che è successo dopo in ambito grooves, world, comprese tutte le derive garage-beat di ciò che è rimasto di quella scena.
House of now inizia immediatamente con un irresistibile groove cadenzato e coinvolgente che apre il brano all’entrata della voce calda e pastosa di FAY che, al solito,  ci guida attraverso meraviglie sonore dal sapore caraibico ed inaspettato.
Do You Know How To Love me ci regala un classico refrain memorabile ed ancora la magica voce di FAY sugli scudi: una ballata davvero splendida e da ascoltare a nastro.
Ascoltare un disco di FAY HALLAM mi dona una sensazione bellissima paragonabile a quando si torna a casa dopo una giornata di lavoro. E’ difficile scriverlo in altri modi. Spero riusciate a comprendere ciò che voglio dire. Una sensazione di calore avvolgente, di coccole, di affetto.
Drowning prosegue al meglio con un’altra ballata dallo stampo classico, con voce trattata e le note che scorrono veloci lasciando un segno indelebile.
Non voglio descrivervi tutti e tredici i brani, voglio lasciarvi la sorpresa di scoprirli durante l’ascolto.
E’ tutto al posto giusto in questo disco, di stampo classico, ma c’è una stupenda sensazione di freschezza che solo i grandi riescono a creare componendo un brano dalla struttura tradizionale.
Ed è proprio questo che, almeno ai miei occhi, rende FAY HALLAM una musicista tra le migliori di oggi.
Ha sempre seguito la sua strada raccogliendo sicuramente meno di quanto abbia seminato ma questo non è MAI stato un problema.
Continuerà SEMPRE così, seguendo il suo cuore e la sua passione di sempre: la musica.
Non è detto che magari, meglio tardi che mai, potrebbe pure avere dei riscontri inaspettati.
Ma questo ribadisco, da molto tempo è una certezza, non è mai stato un problema e non lo sarà neanche in futuro. Al prossimo appuntamento cara FAY e grazie per questo tuo nuovo dono.
Un dono del cielo ed un artista in stato di grazia.

Reverberend

WOLFTONE - Bring Down The Sun
(CD Bandcamp)


L’ascolto di Bring Down The Sun mi ha sorpreso.
Non conoscevo minimamente questi WOLFTONE olandesi. Mai sentito parlare di questa band.
Il loro è un sound completamente immerso nella cultura anni sessanta fatta di brani semplici devastati da massicce dosi di fuzz, con chitarre sempre sugli scudi, ritmi mid-tempo perfetti e quadrati e voce pastosa con melodie indovinate ma mai scontate.
Una formula che non ha niente di nuovo. Eppure, eppure... Durante l’ascolto i brani scivolano come acqua sulla pietre. Si rinizia un altro ascolto e la cosa si ripete… Una meraviglia.
Oggi non è facile, almeno in questo ambito, trovare una band come i WOLFTONE.
E’ facile intuire che quello che guida questi ragazzi, non più giovanissimi, è solo la passione e gli ascolti compulsivi di oscure compilations dei sixties più nascosti e degenerati.
Fate conto che queste registrazioni sono del 2015 e nessuno si è accorto di loro. NESSUNO!
I’m Out inizia con un riff incisivo scolpito nella pietra che si stampa direttamente nel cervello: vengono in mente i migliori SEEDS di SKY SAXON!
E’ ovvio che nei sixties non era possibile avere un fuzz così devastante ma i WOLFTONE ne fanno un uso al servizio della canzone, pieno di riverberi e con assoli perfetti e iper-coinvolgenti.
I Can’t Reach You è un CAPOLAVORO: semplicemente perfetto nella sua semplicità con il coro di doppie voci, maschile e femminile, che lo rende irraggiungibile.
Ricordano per molti versi e per restare più vicino a noi, nella nostra epoca, i BABY WOODROSE ma risultano più freschi e diretti.
Should Have Been è un altro brano spettacolare con giri di basso memorabili e ritmi mid-tempo che accompagnano la chitarra verso il coro da mandare a memoria. Christine è una lenta e malinconica ballata dove è la voce a farla da padrone sino a quando la chitarra entra con un prolungato assolo spaced-out.: struggente!
Il loro suono è molto pulito e ordinato anche se mooooolto elettrico; forse il loro segreto è proprio questo.
Hanno pensato a comporre belle canzoni e non solo al suono, con melodie vincenti che si integrano alla perfezione con il loro suono garage sino al midollo ma anche molto duro.
Come se l’elettricità propria di una band come i BLUE CHEER si integrasse con i riffs geometrici dei SONICS!
I’ll Never Change, altra ballatona malinconica e melodica che letteralmente esplode in epici cori sostenuti impeccabilmente con un semplice arpeggio elettrico che la rende unica e sfocia in assolo pulito e incisivo di chitarra. La formula si ripete in tutti e undici i brani di questo Bring Down The Sun.
Semplicemente una cosa che funziona a meraviglia.
HEAVY ROTATION ASSICURATA, credetemi.

Reverberend

mercoledì 30 novembre 2016

HÉLÈNE GRIMAUD – Water
(CD/LP Deutsche Grammophon)


Musicista di vaglia e artista dai molti talenti (non ultimo quello di apprezzata scrittrice), fondatrice del Wolf Conservation Center per la salvaguardia dei suoi amati lupi e dell’ambiente naturale tout court; Hélène Grimaud continua ad affascinare i suoi ammiratori anche con questo ultimo lavoro, uscito a febbraio di quest’anno. La quarantaseienne pianista francese (ma davvero cittadina del mondo), universalmente acclamata per le sue interpretazioni di Chopin, Brahms e Rachmaninov, questa volta propone un’opera, interamente registrata dal vivo; che è stata oggetto di varie performance, il cui tema portante è, come dice il titolo, l’acqua.
Si tratta di una raccolta di brani per pianoforte dove l’acqua ed il simbolismo che essa si porta appresso fungono da trave concettualmente portante. Ad accompagnarla in questo disco troviamo il compositore anglo-indiano Nitin Sawhney (anche come produttore): la sua funzione è quella di intervallare i brani interpretati dalla Grimaud con delle improvvisazioni elettroniche denominate Transitions. Ma andiamo con ordine. Le composizioni scelte dalla bella pianista (a proposito: lo sapevate che le copertine dei suoi dischi rivaleggiano con quelle delle più famose popstar, iconograficamente parlando?) spaziano dal classicissimo Jeux d’Eau di Maurice Ravel a Wasserklavier di Luciano Berio a Barcarolle di Gabriel Fauré; in tutti i brani l’acqua non rappresenta solo se stessa ma anche i concetti di flusso, movimento, metamorfosi e incatturabilità. Un pezzo come Almeria di Albeniz, per dire, ha in sé “l’ondulazione ritmica che rispecchia la vita, scandita dal mare, della popolazione di quella città costiera” (parole sue).
E potremmo anche dire che una delle idee più accattivanti, che stanno dietro al concetto di acqua, è la sua capacità di cambiare stato: come spiegare sennò la presenza di quel capolavoro che è In The Mists (Nelle Nebbie) di Janaček?
Dicevamo prima delle Transitions di Nitin Sawhney: invero parrebbero non centrare nulla con le altre composizioni, ma la loro presenza è quasi una necessità. Immaginatevi di passare da una stanza all’altra di un fantastico palazzo: i brani sono le varie stanze, le transizioni potrebbero essere i corridoi. Ma, per rimanere in tema acquatico, mi piace pensare che si tratti di una specie di bagno purificatore, un liquido amniotico attraverso il quale purificarsi prima della nuova esperienza che ci attende. In ogni caso, l’insieme del tutto è rapinoso e affascinante.
A conti fatti, è l’ennesima sfida (vinta, va da sé) di un’artista che non è mai scesa a compromessi e si è sempre esposta in prima persona con le sue scelte di repertorio e di vita, che non ha mai guardato in faccia a nessuno e ha sempre detto ciò che pensa. Memorabile, in proposito, la volta in cui ha mandato allegramente a quel paese quel vecchio trombone intoccabile di Abbado, reo di non volerle far suonare la cadenza di pianoforte da lei scelta, per un concerto di Beethoven! Pochi avrebbero avuto il coraggio di contraddire il venerato Maestro…
Da gennaio 2017 la vedremo nuovamente al fianco della violoncellista Sol Gabetta per una serie di concerti con musiche di Pärt, Schumann, Debussy e (non manca mai!) Brahms.
Altre magie ci attendono…

Edvard von Doom

martedì 29 novembre 2016

ROLLING STONES - Blue & Lonesome
(CD/LP Polydor Records)


Il ventitreesimo album inglese dei ROLLING STONES (ed il venticinquesimo americano) è FANTASTICO (cuore) ed INUTILE (testa).
FANTASTICO perché è composto di sole covers semisconosciute di blues, il genere musicale che ha dato loro un significato epocale ed inarrivabile nella storia della musica rock: è un omaggio ai loro padri spirituali.
Certamente va poi considerato che a differenza dei “cugini” americani i nostri beniamini inglesi non hanno copiato filologicamente i grandi maestri ma hanno avuto, sin dall’inizio, un approccio più spregiudicato ed hanno saputo shakerare e reinventare dall’interno un genere nato in America e rimbalzato, nel corso della storia, tra le due sponde dell’Atlantico.
INUTILE perché siamo tutti d’accordo che è un disco che nulla toglie e nulla aggiunge a quanto fatto dagli stessi STONES in tutta la loro carriera.
Come avrebbe potuto essere altrimenti? Gli STONES avevano già fatto più di qualsiasi altra rock band sul pianeta terra tanto tempo fa’. Avrebbero potuto scomparire già da molto tempo; non avrebbe fatto differenza alcuna in senso storico. Anche su questo siamo perfettamente d’accordo. Non è questo il punto.
Analizziamo il disco senza troppe elucubrazioni.
Lo slogan utilizzato da MICK JAGGER per la promozione è: “Cinque decadi per realizzarlo, soltanto tre giorni per registrarlo”.
Il disco è stato registrato nei British Grove Studios di West London, non lontano da Richmond dove sorgeva il CRAWDADDYS, il leggendario club dove iniziarono la carriera ANIMALS, YARDBIRDS e tutte le bands inglesi della nuova ondata “blues” e “rythmn & blues” agli inizi degli anni sessanta.
L’inizio di tutto in un certo senso.
Prodotto da DON WAS, oltre che dalla magica coppia, Blue & Lonesome  ha un suono FANTASTICO, caldo e vintage, proprio come allora: INCREDIBILE!
I brani della tracklists prevedono esclusivamente dodici covers, poco note, di LITTLE WALTER, CHESTER BURNETT, HOWLIN’ WOLF, WILLIE DIXON, EDDY TAYLOR… insomma il disco è proprio la chiara testimonianza della purezza dell’amore che la band nutre ancora nei confronti del BLUES elettrico americano.
Sembra di sentire una band di giovani strafottenti che scimmiotta gli stessi STONES di metà anni sessanta: per essere più precisi sembra un album dei CHESTERFIELD KINGS di GREG PREVOST, se capite ciò che voglio dire.
Badate bene che anche il primo album della band di GREG PREVOST, uscito nel 1982, Here Are…. era composto interamente da covers ma, in questo caso, di oscure bands garage-punk dei medi sessanta americani post  britsh invasion (che all’epoca nessuno conosceva quindi era come se fossero brani nuovi per la maggior parte delle persone) ed anche in quel caso c’era chi sosteneva che non aveva senso realizzare un album di sole covers eseguite, per di più, in maniera assolutamente ossessiva e filologica.
Per assurdo, uno dei dischi più puri in campo rock: un atto d’AMORE ASSOLUTO.
Esattamente come in questo caso.
Il ritorno alle origini del suono.
Al suono più puro.
Amore puro e trasparente.
Il paragone con i CHESTERFIELD KINGS viene spontaneo perché il suono è caldo e ruvido come da tempo non succedeva negli album degli STONES, ed è proprio il suono perfetto per questo tipo di brani: diretto, potente e senza inutili fronzoli!
OGGI come ALLORA, perché come ho sempre sostenuto, certo tipo di rock, istintivo e primordiale, non ha bisogno di alcuna evoluzione contenendo già di per se’ tutta la carica eversiva che necessita per dare un senso compiuto a quel tipo di suono nato crudo e selvaggio come rappresentazione sonora della rabbia e frustrazione di chi è nato dalla parte sbagliata: nati perdenti!!
AUTENTICO CIBO PER L’ANIMA… Statene certi.

SATISFACTION GUARANTEED!

Reverberend

VV.AA. - HIGHWAY PRAYER: A Tribute to Adam Carroll
(CD Eight 30 Records)


ADAM CARROLL è un musicista poco conosciuto fuori dal Lone Star State (Texas) eppure ha un’importanza focale per quella terra tanto da essere sempre paragonato a giganti come JOHN PRINE e TOWNES VAN ZANDT.
Questo tributo è realmente FANTASTICO.
I suoni e le canzoni presenti hanno un’unica religione: le strade che attraversano il grande nulla, la terra unica ed insostituibile quale è l’America, questa America, la sua mitologia ed i suoi segreti.
Sono presenti quindici canzoni senza alcuna caduta di tono e con picchi di assoluta eccellenza (JAMES McMURTRY, HAYES CARRL, SLAID CLEAVES, mi fermo altrimenti li cito tutti) ed una bonus track dello stesso ADAM CARROLL, la bellissima My Only Good Shirt.
I suoni arrivano dal cuore, dal cuore del Texas, e lì ritornano in un magico cerchio che si chiude perfettamente.
In fondo è lo stesso percorso intrapreso da LEAST HEAT-MOON (il suo libro manifesto Strade blu) o da ALEX SHOUMATOFF (Leggende del deserto americano); un viaggio al centro della terra, di quella stessa terra che ha dato i natali a questi suoni, a questo modo di fare musica, di raccontare il territorio e di scioglierlo nelle nostre vene.
Immaginate di essere su di un greyhound ed abbandonate ogni pensiero, concentratevi su ciò che vedete fuori dal finestrino: vedrete vite di tante persone che sono nate, cresciute e morte per la loro terra (le stesse persone che abitano i suoni di tutte le canzoni presenti in questo disco), sentirete i loro racconti, le loro leggende, la loro storia.
La storia della nostra musica.
La cosa incredibile è il legame indissolubile, come un immaginario filo con tanti nodi, tra territorio, racconti orali e suoni.
Una cosa sola e forse è proprio questo che rende unici, sempre uguali a se stessi e sempre differenti, questo genere di musica fortemente tradizionale ed ugualmente emotiva.
Abbandonatevi in questo deserto di note e, come scrive nell’introduzione di questo CD BRAIN T.ATKINSON: “queste canzoni allieteranno l’alba del vostro domani…”.

E’ una promessa, credetemi.

Reverberend

THE BLEU FOREST - A Thousand Trees Deep
(CD Gear Fab)


Ho passato parecchio tempo della mia vita viaggiando (la rete informatica ed i computers erano ancora, forse direi fortunatamente, degli alieni per i più) alla ricerca di dischi e ristampe di misconosciute e dimenticate bands dei medi sessanta trovandone davvero tante per nulla considerate e davvero meritevoli di un riconoscimento o almeno di attenti ascolti.
Dopo tanto tempo e innumerevoli ascolti trovavo veramente difficile entusiasmarmi nuovamente per dischi di quel proficuo ed irripetibile periodo storico sino a quando un mio caro amico mi ha sottoposto questo ritrovamento di un disco del 1968 mai uscito all’epoca e ricavato dai nastri scoperti nel semi interrato dell’unico membro della band sopravvissuto, ovvero Jack Caviness.
Beh, gente, ci troviamo di fronte ad un piccolo classico perduto tra le sabbie del tempo senza dubbio.
La cover, perfetta, ci trasporta in territori come Ventura County, dove erano nati appunto i BLEU FOREST; territori dominati da foreste fiabesche e grandi spazi che ritroviamo avvolti nelle crepuscolari e malinconiche trame dei brani in puro stile moody con tanto di organo che rende il suono più spesso, materialmente, che permeano come un manto di un inverno temibile ed affascinante al tempo stesso.
Davvero impossibile scindere i brani di A Thousand Trees Deep dal territorio fortemente caratteristico di provenienza.
Come potete immaginare la gestazione di queste registrazioni è stata molto avventurosa, tra le colline di Hollywood, lo studio di Jimmy Haskell e tutte le registrazioni ripetute per avere un migliore suono di batteria, i continui sacrifici, i concerti con leggende minori come CHILDREN OF THE MUSHROOM (procuratevi assolutamente la ristampa della spagnola Out Sider Rec. per poter ascoltare il loro unico 45 giri August Mademoiselle / You Can’t Erase A Mirror, vero capolavoro di psychedelia di ogni tempo e latitudine) ed infine l’oblio totale.
E’ incredibile il lavoro di veri e propri archeologi svolto da persone come Mike e Antonio rispettivamente della tedesca Gear Fab Records e della portoghese Golden Pavillon Records-
Il suono della band si può collocare tra i grooves psichedelici e soffici dei migliori MOBY GRAPE con punte più heavy che, non solo per l’uso dell’organo, fanno pensare ai primi STEPPENWOLF!
Difficile immaginare una band così?
E’ vero, ma ascoltando brani come Look At Me Girl o That’s When Happiness Began è chiaro che ci si trova di fronte ad un prezioso oggetto del desiderio per non parlare di perle più malinconiche come She Said She’s Leaving o la finale Trouble.
Descrivere a parole la sensazione che provo ancora oggi all’ascolto di dischi come questo è davvero arduo ma forse anche del tutto inutile.
Adoro scrivere di tutto questo anche se, in cuor mio, lo faccio più per me stesso che per chiunque altro possa leggere quanto scrivo.

Reverberend

venerdì 18 novembre 2016

UNHOLY - The Second Ring Of Power
(CD Avantgarde Music)


Finlandia: terra di laghi, renne, zanzare e bands metal. Il primo nome che mi viene in mente è quello dei Sarcofagus, i quali, parallelamente a quello che stava accadendo in UK (leggi NWOBHM) aprivano la via al suono pesante finnico con la loro meravigliosa musica intrisa di dark sound anni ’70 e schegge di acciaio. Da lì in poi è stato un susseguirsi di gruppi dediti ad ogni aspetto delle varianti metalliche, come per esempio il black finlandese, sensibilmente diverso (di sicuro più marcio e meno prodotto) da quello norvegese e svedese. A tal proposito come dimenticare nomi del calibro di Enochian Crescent, Horna o Satanic Warmaster.
Anche i gruppi di area doom sono sempre stati numerosi, alcuni di questi hanno raggiunto vette notevoli in questo campo (se state pensando ai Reverend Bizarre siete nel giusto). Ma un gruppo in particolare ha toccato vertici di inusitata e inaudita eccellenza: gli Unholy.
Autori di quattro venerati album tra il 1993 ed il 1999, tutti indistintamente da avere, e poi risucchiati nell’abisso dal quale erano sgusciati fuori. The Second Ring Of Power è, come dice il titolo stesso, il loro secondo lavoro e scrivo di questo solo per motivi di affezione, essendo stato il primo loro disco sul quale ho potuto mettere le mani; ma quello che scrivo vale anche per gli altri.
Pubblicato nel 1994 dalla nostrana (e benemerita!) Avantgarde Music, il secondo degli Unholy è un capolavoro doom di difficile catalogazione, tanti sono gli spunti d’interesse che vi albergano, a partire dalla strumentazione che comprende anche tastiere e violino.
La colonna sonora perfetta per riti bizzarri officiati in templi dimenticati, in un bad trip acido dove statue corrose e divelte sogghignano negli angoli bui… Rispetto all’esordio From The Shadows, il songwriting si fa più strutturato e la produzione più precisa, ma resta un alone di semi improvvisazione su tutti i brani; i tempi sono lenti e striscianti, si prova una sensazione tangibile di instabilità mentale grazie alla voce di Pasi Aijo impregnata di dolore e angoscia, dove le urla, i growls e i sussurri si dispiegano con grande effetto.
Dicevo della produzione: sicuramente potente e spaziale, con una separazione più netta degli strumenti, in particolare risalta il basso, mai troppo distorto e in grado di colorare le atmosfere dei brani con spunti notevolmente originali. Anche le onnipresenti tastiere contribuiscono a creare suggestioni da brivido mai banali, anzi. Procession Of Black Doom è forse il brano più emblematico, con la voce sofferente e rabbiosa e il suono delle chitarre a livelli notevoli di distorsione, eppure sottile, se capite cosa voglio dire.
Lady Babylon vede alla voce l’ospite Veera Muhli (anche alle backing vocals in altri brani) e si tratta della canzone più sognante e psichedelica del disco. Neverending Day ha un appeal funeral doom ante litteram ed il refrain finale cantato da Veera e Pasi all’unisono richiama alla mente addirittura i Christian Death di Gitane Demone.
Tutti i brani sono di altissima fattura, ma è impossibile non fare menzione d’onore per la traccia conclusiva Serious Personality Disturbance And Deep Anxiety: autentica summa filosofale degli Unholy. Ha un’introduzione lenta, jazzata e orientaleggiante, nella quale i vocalizzi folli di Pasi sembrano i deliri di un drogato in preda di visioni degne di Lovecraft; si sviluppa lenta e ondivaga piena di strane vibrazioni… Meravigliosa follia.
Un disco (e un gruppo) non per tutti, da centellinare come un prezioso liquore nell’inverno prossimo venturo. Un bizzarro monolite intorno al quale si radunano gli sciamani di culti perduti nella notte dei tempi.
Avvicinatevi con cautela, potreste non riuscire a farne a meno…

Edvard von Doom