Perché siamo degli appassionati terminali di musica e lettura, prima di tutto.

Di tutto ciò che è LIBERA espressione. In un’epoca come questa dove ogni cosa è a disposizione, libera appunto, ma senza alcun tipo di controllo o di filtro, quindi difficilmente raggiungibile senza una guida, senza una direzione.

Perché è da quando abbiamo preso possesso della ragione che non smettiamo di essere curiosi, di cercare cose nuove, meno note. Non ci fermiamo MAI, davanti a niente e nessuno.

Quindi, dopo aver letto l’ennesima testimonianza di prima mano da parte di gente che non sapeva nemmeno dove stava di casa (il riferimento è Journey To The Center Of The Cramps, ovvero la biografia dei mitici Cramps di Dick Porter recentemente tradotta in Italia dai ragazzi di Goodfellas) ma era sicura di quello che faceva, ovvero riportare a galla il suono più malato degli anni ’50, quello delle B-sides di rari ed innominabili 45 giri di rockabilly; e centrifugarlo con gli horror comics e il clima urbano e degradato della New York di metà anni settanta. Erano talmente convinti che, alla fine, hanno avuto ragione loro. In barba a tutti!

E così siamo anche noi. Non ci interessa minimamente, per il momento, avere un obiettivo preciso o, meglio, un punto di arrivo. Ci godiamo il viaggio. Vogliamo condividere i nostri soliti ed insoliti ascolti e letture (tutti, per noi, ineludibilmente da CINQUE STELLE e quasi irrimediabilmente PERDUTI) con quanta più gente possibile. Nel mare magnum indistinto della rete globale occorre più che mai una guida all’ascolto ed alla lettura. Occorrono punti fermi.

Proveremo ad essere un filtro, un catalizzatore magari; con i nostri punti di vista e la nostra attitudine proveremo a fare grandi passi, ad assicurarci le cose migliori che ci sono sul nostro pianeta (per gli altri, vedremo) anche in quest’epoca confusa e infelice.

Non è cosa da poco, lo sappiamo.

Se funzionerà saranno i lettori a dirlo, che sono liberi di criticare o suggerire quello che vogliono.

Allacciate le cinture, si parte.

GLI STELLARI

venerdì 30 settembre 2016

KAT ONOMA - Far From The Pictures
(CD Chrysalis)


Non conoscevo affatto i Kat Onoma, prima di mettere le mani (e soprattutto le orecchie) su questo disco affascinante. Five-piece band francese, molto conosciuta in patria ma, evidentemente, non altrettanto al di fuori dell'Esagono. Questo è il loro quarto album, pubblicato nel 1995 e, fidatevi, è bellissimo!
Chi, come il sottoscritto, ha amato alcune creature d'oltralpe nei primi anni '80 (un nome su tutti: Marquis De Sade) ritroverà quello spirito e quelle sonorità cupe e spigolose. I Kat Onoma cantano di angst esistenziale in maniera sensuale e stilosa, grazie anche alla voce profonda del cantante Rodolphe Burger: una specie di Leonard Cohen virato post-punk.
Intrigante fin dal packaging (jewel case viola trasparente e booklet con testi e foto del gruppo immersi nel rosso) questo disco racchiude al suo interno una musica le cui coordinate si situano da qualche parte tra i Joy Division e i Roxy Music, con in più una produzione (ben focalizzata) e dei suoni tipicamente nineties.
Sono in tutto 14 brani, tutti veramente interessanti, ma segnalerei l'iniziale Artificial Life, Video Chuck e Reality Show (nella quale viene campionata la batteria di When The Leeve Breaks dei Led Zeppelin!) tra le migliori. 
Degne di nota anche le liriche, intrise del classico spleen del quale i nostri cugini francesi sono esponenti principi. Insomma, bando alle ciance, questo è un album da riscoprire e ascoltare a nastro, come mi capita spesso ultimamente.
Intanto fatevi un giro sul tubo e guardate di che pasta sono fatti i Kat Onoma!

Edvard von Doom

CURTAINS OF NIGHT - Lost Houses
(CD Courtains Of Night)


Sono arrivato a conoscere questi strepitosi CURTAINS OF NIGHT grazie alla nuova (dal 2012) creatura di Nora Rogers, ovvero i SOLAR HALOS (recuperate assolutamente il gotico e maestoso gorgo di sludge rock contenuto in Migration, esordio lungo targato 2014 via Devouter Records).
Ma facciamo un passo indietro, una volta tanto, ed andiamo a cercare dove sono le radici degli incredibili SOALR HALOS, una band che sembra uscita da un racconto di Flannery O’Connor o di un William Faulkner più fosco e plumbeo!
I CURTAINS OF NIGHT sono mostruosi; sembrano un condensato di DEAD MEADOW, SLEEP, BLACK SABBATH sino ad arrivare ai BUZZ O’VEN più rabbiosi.
Una creatura tentacolare nelle salde mani di Nora Rogers l’indiscussa leader della band: la voce della Rogers si avvicina ad un pugno nello stomaco, avendo come paragone soltanto le cose più sofferte degli EYEHATEGOD. Non una band per tutti, avrete inteso.
Se amate l’America, quella raccontata dai poco raccomandabili personaggi che abitano le strade blu, quelle non segnate sulle cartine geografiche ufficiali, troverete pane per i vostri denti.
Storie di ordinari perdenti, sconfitti dalla vita: persone nate semplicemente dalla parte sbagliata.
Nessuno è innocente.
Nora Rogers sembra costretta a sanguinare, letteralmente, da una vita a senso unico: il senso sbagliato!
I sei brani che compongono questo E.P. lungo (29 minuti realizzato nel 2009) trasudano southern-sludge-rock da tutti i pori.
Il suono è devastante, quadrato ed, anche se fatto in casa, caldo e voluto con parti vocali rabbiose e folli, ai limiti della pazzia pura.
Così DEVE essere, la rappresentazione perfetta dei nati perdenti dispersi nel grande nulla americano, dimenticati da tutto e da tutti, senza alcuna speranza, perché la speranza non è certo presente in alcuna forma in questi strazianti suoni distorti e grezzi.
Il clima asfissiante che si respira in Lost Houses traspare immediatamente dai fischi degli amplificatori che aprono Living Forest sommersa da monotoni riffs e ritmi claustrofobici ed un’elettricità iper satura che riempie ogni spazio.
Inizia Golden Arrows ed è ancora la saturazione elettrica a prendere il sopravvento su tutto, ma qui il clima è ancora più scuro e lento: lentamente si scende nell’inferno che può essere questa nostra vita con la batteria di Lauren Fitzpatrick che incalza e sorregge il muro elettrico.
L’apertura di Lost Houses ancora ci ipnotizza con un feedback di distorsioni che inaugura le isteriche elucubrazioni psicotiche di Nora Rogers ed i suoi deliri.
Rabbia pura, cieca.
La distruttiva Total Domination ci fa letteralmente arretrare in un angolo, protetti dai muri dietro di noi: l’incedere tribale è mozzafiato ed affoga in un mare di riffs chirurgici e senza scampo.
La formula viene riproposta pedissequamente in tutti i brani, con sfumature leggermente differenti (più crepuscolari nella finale Gather The Horses)  ma la sostanza rimane sempre inalterata per non trattenere nulla: tutta la rabbia e la disperazione di una generazione persa emergono prepotentemente da ogni momento di questo vero e proprio tormento elettrico.
Credetemi, difficile trovare di meglio se volete perdervi nell’America che nessuno vuole raccontare per paura di aprire una voragine difficilmente colmabile.
Nora Rogers è letteralmente una forza della natura.
Ed ora possiamo aspettare con impazienza e curiosità nuovi parti del mostro SOLAR HALOS sicuri che alla fine del tunnel ci attenderà solo buio senza silenzio e pace.

Buon ascolto miei cari.

Reverberend

Sorry, no links available!
KAYHAN KALHOR - Hawniyaz
(CD Harmonia Mundi)


HAWNIYAZ in curdo significa “tutti abbiamo bisogno di tutti gli altri, ognuno di noi è qui per l’altro”.
E’ fondamentale capire questo per sciogliersi nel magico flusso sonoro che questi quattro musicisti sono riusciti miracolosamente a trovare improvvisando senza prova alcuna nell’estate del 2012 durante il Festival di Morgenland in Osnabruck dove si è soliti assistere ad un’affascinante melting-pot tra tradizione culturale del medio-oriente ed avanguardia, jazz e rock.
Il concetto di barriera viene totalmente abbattuto in onore di una libera interpretazione di ogni differente esperienza e percorso artistico.
Nonostante quest’attitudine, è realmente raro vivere l’esperienza di un momento particolare in cui una performance diventa straordinaria: fragilità, forza, bellezza si fondono formando una cosa unica ed irripetibile.
L’apertura mentale dei musicisti e la loro straordinaria versatilità permette di raggiungere momenti di incredibile intensità emotiva, profonda introspezione e purezza spirituale paragonabile esclusivamente ad un evento miracoloso.
E’ questo che accade durante l’ascolto di questo omonimo CD.
Si rimane come ipnotizzati mentre la trascendenza dei suoni cristallini ci accompagna attraverso secoli di storia senza soluzione di continuità-
Magia pura nella sua essenza primordiale.
Gli stessi strumenti utilizzati, come il Kamanchech (KAYHAN KALHOR) o il Tenbur (CEMIL QOCGIRI) si perdono in un affascinante viaggio che ci porta sino all’undicesimo secolo nei meandri dell’Asia centrale (Armenia, Azerbaijan, Turkmenistan) o tra i liutai in Mesopotamia, perdendosi letteralmente nelle profonde tradizioni turche o nel Kermanshah in Iran.
E’ un viaggio che ci conduce alle porte dell’infinito dove tutto è possibile, pensando a quello che si potrebbe fare o soltanto immaginare fondendo le tradizioni e le differenze in una visione globale fondata nel rispetto di percorsi differenti ma certamente complementari, come dimostra HAWNIYAZ.
Certo, con la frenesia ed i ritmi che la società occidentale impone non è facile lasciarsi incantare da tutta questa magia, ma il gioco è proprio questo: prendersi il proprio tempo.
Alla ricerca del tempo perduto!
Per ritrovare e riprovare esperienze importanti attraverso suoni apparentemente lontani ma profondamente interiori che appartengono a tutti noi, alla vita stessa ed al suo significato più puro.
Certo richiede uno sforzo anomalo per la maggior parte di noi ma senz’altro ripagato con le vette emotive, l’istintività e la sensibilità assolutamente fuori dall’ordinario che questi musicisti sono in grado di trasmetterci.

Un’ora con noi stessi ed altri mondi che ci osservano da vicino e raggiungono il nostro cuore in una commovente esecuzione di estatica energia sonora senza fine.

Reverberend

martedì 27 settembre 2016

T.S.O.L. - Dance With Me
(LP Frontier Records)


Durante il biennio 1981-82 negli USA, in particolare sulla west coast, deve essere successo qualcosa. Qualcosa di malsano. Nell’allora fertile sottobosco hardcore punk iniziarono a spuntare fiori dai colori oscuri e inquietanti, gente come Christian Death, 45 Grave, Misfits, Sleepers, Red Scare (ne ha parlato il REV qualche post addietro) e, appunto, T.S.O.L. (acronimo di True Sounds Of Liberty). La comune radice di questi gruppi fece si che ad un certo punto si iniziò a parlare di Death Rock, forse anche per distinguerli dal post punk a tinte fosche che parallelamente si sviluppava nel Regno Unito e in Europa continentale.
I T.S.O.L. in realtà produssero un solo lavoro ascrivibile a questo genere (e forse sarebbe più corretto parlare di dark-punk): Dance With Me, ma si tratta di un vero capolavoro.
Band incostante ed ondivaga, i T.S.O.L. provenivano dalla stessa scena di gruppi come gli Adolescents o i Black Flag, come testimonia il loro mini LP di esordio pubblicato dalla Posh Boy Records, ma a giugno del 1981 l’uscita di questo album rivelò una mutazione a dir poco sbalorditiva.
Mutazione che non sarà l’unica in tutta la carriera del gruppo: il successivo Beneath The Shadows flirterà con la psychedelia di matrice doorsiana e nel prosieguo pubblicheranno dischi (quasi mai degni di nota) persino di squallido hard rock. Ma per qualche miracolosa congiunzione astrale Dance With Me resterà negli annali della storia, com’è giusto che sia.
La formazione è composta dal cantante Jack Grisham (attenzione: sul disco appare come Alex Morgan), dal chitarrista Ron Emory, dal bassista Mike Roche e dal batterista Todd (Francis Gerald) Barnes. 
I quattro dovevano attraversare uno stato di grazia irripetibile, perchè già dall’opener Sounds Of Laughter è subito chiaro che ci si trova al cospetto di un disco clamoroso. La batteria è tonante e quasi tribale, il basso ha un suono minaccioso e fisico che fa paura e le folate sferraglianti, eppure adamantine della chitarra costruiscono un degno tappeto per la voce di Grisham: epica, cattiva e potentissima. Una vera gemma! La successiva Code Blue è una delle canzoni più censurate di sempre ("I wanna fuck the dead…" e la cosa impressionante è che risulta dannatamente credibile il buon Grisham, quando lo urla nel microfono…) velocissima, brevissima e crudele: un inno necro-hardcore di eccelsa fattura. The Triangle è la più lunga canzone di un disco assai breve (il totale non arriva ai 26 minuti) e si muove su sentieri lugubri e caligginosi, con una meravigliosa sfuriata centrale di classico punk rock abrasivo. 80 Times e I’m Tired Of Life sono sferzate hardcore ma l’atmosfera resta sempre cupa e minacciosa, mentre la fine della prima facciata è appannaggio di Love Story, dove la chitarra di Emory prende tinte quasi psychedeliche. Bellissima.
Prima della B-side è bene sottolineare che la sezione ritmica, soprattutto il basso di Roche, è veramente una delle più fantasiose ed al contempo aggressive di tutto il punk americano e contribuisce notevolmente all’economia del disco con una quantità di idee incredibile. Si ricomincia con Silent Scream, forse la mia preferita, una meraviglia gotica di rara intensità (non l’ho ancora detto, ma un altro degli innumerevoli pregi di questo album sta nelle fantastiche liriche, perfettamente calate in un immaginario gotico / romantico, che Jack Grisham interpreta in modo magistrale dall’inizio alla fine), lenta, evocativa e oscura. Si prosegue con Funeral March, dove Ron Emory grattugia letteralmente la sua chitarra per uno dei pezzi più aggressivi e fulminanti dell’album. Die For Me e Peace Thru Power sono spigolose, urticanti, ma ancora una volta stupisce la qualità del suono di chitarra di Emory: ricco di preziose rifrazioni caleidoscopiche, ma tagliente come un rasoio. Si chiude in bellezza con quella che, almeno a mio modo di vedere, è LA canzone per eccellenza di tutto il dark punk terracqueo, la title-track: plumbea, minacciosa, vorticosa (detto tra noi: se riuscite a rimanere fermi durante l’ascolto, avete un problema), officiata da Grisham con una malvagità che sembra uscire dalle casse; è un brano di una potenza devastante e mette la parola fine ad un lavoro che invece vorresti non finisse mai.
Ovviamente si tratta di un disco da avere assolutamente; l’ultima ristampa risale al 2007 e quindi dovrebbe essere abbastanza facile da reperire. In qualunque modo, metteteci sopra le mani.
Non ve ne pentirete.
Mi rendo conto solo ora che sono passati 35 anni da quando ho ascoltato Dance With Me per la prima volta! E ancora oggi resta uno dei miei ascolti preferiti. Un vero miracolo!

Dance with me my dear, on a floor of bones and skulls…

Edvard von Doom

domenica 25 settembre 2016

DARKHER - Realms
(CD Prophecy Productions)


E’ facile catalogare superficialmente come classico doom il progetto solista di Jayn H.Wissenberg, carismatica cantautrice che dietro una fragile eleganza è riuscita a creare un potente torrente di atmosferico doom, occulto e plumbeo, uguale unicamente a se’ stesso.
La voce esile e serena ricorda un fantasma di Beth Gibbons (PORTISHEAD), evocativa ed oscura allo stesso tempo.
Realms è il primo disco ed immediatamente pone il progetto in una terra sconosciuta, a cavallo tra le prime cose gotiche inglesi come Anathema, PARADISE LOST e MY DYING BRIDE che fondevano certo death doom metal con tentazioni progressive, dark ed anche art-rock.
Le origini, Inghilterra, West Yorkshire, sono evidenti già dall’iniziale crescendo di Spirit Waker nella quale tra bordoni di chitarre stratificate (Shoegaze ambientale??) si erge la voce, nitida e struggente, che avvolta da arpeggi celestiali introduce il climax del brano, sospeso, in evanescenti spirali di tribale ed ossianico rock con maestosi riffs geometrici di chitarra.
Il sottile velo acustico di Hollow Veil  sorprende e conduce le spettrali parti vocali all’inizio di un percorso più tortuoso e scosceso, verso gli inferi…
DARKHER costruisce magistralmente nubi di tempesta elettrica con una grazia ed un’eleganza fuori dal comune.
Sono propriamente i contrasti ad emergere come caratteristica dominante dell’intero progetto: sempre modulati, nitidi e senza sbavature (come nella perfetta Moths).
L’atmosfera diventa decisamente più claustrofobica nel lento maelstrom di Wars dove la magica alternanza tra marmoreo splendore esoterico (bordone di sintetizzatori in evidenza) e il profondo richiamo spirituale della voce, sempre padrona della scena, raggiunge il suo zenith.
Affascinanti le ieratiche inflessioni di The Dawn Brings A Saviour che ci preparano per la lenta apoteosi delle due parti in cui è divisa Buried : voce recitante ed un soffio di sintetizzatore con sibili in slow motion che incalzano la processione alla quale si aggiunge una misterica viola cha abbraccia la strabordante potenza della cattedrale elettrica di chitarra.
Con gli occhi chiusi si materializzano i circoli letterari della Londra di metà settecento, dove Thomas Gray partorisce l’intensa riflessione sulla morte e la dipartita di una persona cara (Elegia scritta in un cimitero campestre del 1751).
Anche il celebre poeta ha costruito la sua carriera creando un personale contrasto tra la tradizione classica ed uno slancio assolutamente moderno (cercando nuovi argomenti e modi d’espressione) diventando uno dei precursori riconosciuti dello stile romantico.
Ecco il punto: nel suono limpido, pulito e moderno di DARKHER è sempre presente tanto romanticismo che circonda con un’aura d’altri tempi la poesia di Jayn e la aiuta a confluire in un flusso di assuefazioni sepolcrali.
Il fascino di questi suoni è assoluto e magnetico…

Fatevi irretire senza alcuna esitazione…

Reverberend

mercoledì 21 settembre 2016

GABOR SZABO - Dreams
(LP Skye Records)


A volte capita per puro caso di imbattersi in alcuni dischi e rimanerne immediatamente affascinati sino a non poter fare a meno di condividere tutta la bellezza che emanano con quanta più gente possibile.
Con GABOR SZABO ed in particolare con questo disco mi è capitato proprio così!
Di origine ungherese, affascinato dalla musica jazz sin dall’adolescenza, studia in America presso la prestigiosa Berklee School of Music di Boston e milita in seguito (dal 1961al 1965) nel quintetto di CHICO HAMILTON dove si fa letteralmente le ossa.
La sua capacità maggiore è quella di fondere, con la sua chitarra, in maniera assolutamente personale svariati stili musicali quali il jazz, il pop, il rock (l’uso misurato di feedback ed altri effetti tipici) e la musica tradizionale dell’Ungheria.
Proprio per questa sua peculiarità non venne (morì nel 1982) mai accettato completamente dai puristi ottusi del jazz classico.
Una figura di outsider quella di GABOR SZABO che, dopo aver registrato alcuni albums su IMPULSE! (i primi sei) fonda con CAL TJADER e GARY McFARLAND una propria etichetta (SKYE RECORDS) con la quale poter essere completamente indipendente.
Tra i primi frutti di questa coraggiosa scelta figura Dreams, del 1968, con il quale il protagonista fonde in maniera mirabile tutti gli stili che gli sono congeniali ottenendo un risultato esemplare!
La sua musica ha sempre un sapore malinconico e struggente (sentite Song Of The Injured Love, dove la progressione melodica ti tocca sino alle lacrime raggiungendo una giostra di arpeggi più gioiosi sospesi magicamente nel nulla) e la melodia colpisce per la sua perfetta semplicità frutto del genio nella sua più pura essenza (The Fortune Teller).
Quando poi, come nel caso dell’immensa The Lady Of The Moon, vero apice di un disco meraviglioso tutte le barriere vengono spontaneamente sciolte in virtù di un flusso sonoro che visita in maniera approfondita gli elementi principali della musica di tradizione ungherese (gipsy jazz?!?) che si fondono perfettamente con il jazz classico di quegli anni e con il miglior rock aperto (leggasi psychedelico, pensando al beatlesiano Revolver) i risultati emozionano come poche cose.
Al solito, una figura di culto come la sua è appannaggio di pochi appassionati, oggi come allora.
Non è importante di fronte a tanta bellezza, anzi.
Spero che queste mie poche parole siano uno stimolo, almeno per i pochi che le leggeranno, per conoscere un vero maestro, uno dei tanti, che la storia ingloriosamente ha inghiottito per sempre.
Buon ascolto miei cari.

Reverberend

TRUE WIDOW - Avvolgere
(CD Relapse)


I TRUE WIDOW sono una band anomala.
Provengono da Dallas (Texas naturalmente) esistono dal 2007 e, con il tempo, hanno saputo articolare un torrido e fluido flusso sonoro secco come la terra che ha dato loro origine.
Provate ad immaginare una scarna, grezza e lenta cerimonia un po’ come la carcassa rock trascinata dai primi LOW (sto pensando a dischi come il loro terzo The Curtain Hits The Cast del 1996) ai confini della realtà, ai limiti dell’abisso.
Ecco, i TRUE WIDOW sono come una sfocata istantanea di quello scheletro di suono: costruiscono i brani con un sostanziale minimalismo che finisce per essere, oltre che il loro marchio di fabbrica, anche il loro punto di maggior interesse.
Dicevo un suono scarno ed essenziale ma nitido e pesante, sostenuto da una ritmica elementare accompagnata da una voce chiara, in primo piano e, soprattutto in episodi come Theurgist, caratterizzata da una forte componente melodica che riesce a tatuarne a fuoco ogni spunto cruciale.
Dal precedente, già ottimo, Circumambulation (2013) la Relapse Records si è presa cura di loro avendo capito che bisognava aiutarli e sostenerli perché il loro sound è unico ed estremamente interessante: loro stessi si definiscono come stonegaze (un perfetto incrocio di stoner e shoegaze).
Questo nuovo album stupisce sin dall’inizio con una cerebrale progressione di riffs: Back Shredder, con la chitarra come una lama affilata che penetra nella carne con un feedback lancinante, la ritmica si trascina ipnotica e la voce come filtrata ci arriva da un’altra dimensione con richiami melodici all’interno di una caverna immaginaria. Quattro minuti e venti secondi per mettere le cose in chiaro.
Nella massa di volume impressionante della già citata Theurgist: come non scorgere tra le macerie il fantasma dei JOY DIVISION?
F.W.T.S.L.T.M. ed il suo incedere lento ed apatico lottano con una voce più solare che si integra perfettamente nella coltre ritmica di retaggio post punk (KILLING JOKE del primo, e migliore, periodo) in collisione con i NIRVANA del primo slabbrato Bleach.
Gli strappi elettrici di The Trapper And The Trapped e gli esili echi delle doppie voci di Dan Phillips e Nicole Estill che si cercano nella tempesta di frustate chitarristiche dominano il brano con estrema maestria.
Ancora i JOY DIVISION ed i KILLING JOKE catapultati nell’era post moderna della riproducibilità tecnica totale sono le invadenti ombre di O.O.T.P.V. che si innalza con bordate elettriche e con la voce evocativa e melodica ad altezze impensabili.
I TRUE WIDOW sono riusciti a fagocitare la miglior new wave e post punk e a scioglierli nella disumana processione della metropoli odierna: nell’oscuro e claustrofobico tunnel del più profondo ed assoluto buio.
Quando inizia To All That He Elong è una riverberata ed imperfetta chitarra acustica che ci guida nella fitta oscurità e si smarrisce dopo pochi accordi primali interrotti lasciando spazio all’incedere devastante di Sante dove è ancora la chitarra elettrica a frastornarci con gli echi dei piatti della batteria metronomica e ripetitiva posti in primo piano.
Il clima asfissiante e senza speranza ci accompagna sino alla fine seguendo i lamenti di Grey Erasure e spegnendo l’ultima fievole luce in lontananza.
Questa è la musica ed il FANTASTICO rumore controllato dell’era contemporanea dove tutto, ma proprio tutto, non ha più alcun scampo.
Ci si abbandona, sfiniti, nel tormento di What Finds Me dove i detriti del rock sono protetti dalla voce di Nicole Estill in primo piano e da quella di Dan Phillips, filtrata, che le rimane cucita addosso come una cicatrice tra rumorosi sibili ellittici in dissolvenza.
IL ROCK DI OGGI FA PAURA…

Reverberend