Perché siamo degli appassionati terminali di musica e lettura, prima di tutto.

Di tutto ciò che è LIBERA espressione. In un’epoca come questa dove ogni cosa è a disposizione, libera appunto, ma senza alcun tipo di controllo o di filtro, quindi difficilmente raggiungibile senza una guida, senza una direzione.

Perché è da quando abbiamo preso possesso della ragione che non smettiamo di essere curiosi, di cercare cose nuove, meno note. Non ci fermiamo MAI, davanti a niente e nessuno.

Quindi, dopo aver letto l’ennesima testimonianza di prima mano da parte di gente che non sapeva nemmeno dove stava di casa (il riferimento è Journey To The Center Of The Cramps, ovvero la biografia dei mitici Cramps di Dick Porter recentemente tradotta in Italia dai ragazzi di Goodfellas) ma era sicura di quello che faceva, ovvero riportare a galla il suono più malato degli anni ’50, quello delle B-sides di rari ed innominabili 45 giri di rockabilly; e centrifugarlo con gli horror comics e il clima urbano e degradato della New York di metà anni settanta. Erano talmente convinti che, alla fine, hanno avuto ragione loro. In barba a tutti!

E così siamo anche noi. Non ci interessa minimamente, per il momento, avere un obiettivo preciso o, meglio, un punto di arrivo. Ci godiamo il viaggio. Vogliamo condividere i nostri soliti ed insoliti ascolti e letture (tutti, per noi, ineludibilmente da CINQUE STELLE e quasi irrimediabilmente PERDUTI) con quanta più gente possibile. Nel mare magnum indistinto della rete globale occorre più che mai una guida all’ascolto ed alla lettura. Occorrono punti fermi.

Proveremo ad essere un filtro, un catalizzatore magari; con i nostri punti di vista e la nostra attitudine proveremo a fare grandi passi, ad assicurarci le cose migliori che ci sono sul nostro pianeta (per gli altri, vedremo) anche in quest’epoca confusa e infelice.

Non è cosa da poco, lo sappiamo.

Se funzionerà saranno i lettori a dirlo, che sono liberi di criticare o suggerire quello che vogliono.

Allacciate le cinture, si parte.

GLI STELLARI

martedì 19 luglio 2016


ARCHAIA - Archaia
(LP Autoprodotto)


A metà degli anni ’70, tre ragazzi francesi appassionati dei Magma (Pierrick Le Bras chitarre, tastiere e voce; Michel Munier, basso; Philippe Bersan, voce, tastiere e percussioni) decidono di formare un gruppo, e hanno da subito una visione ben precisa di quella che dovrà essere la loro musica. Niente batteria, solo qualche percussione, il resto è appannaggio di chitarre, basso e tastiere.
L’unico disco autoprodotto e che porta il loro nome è datato 1977. Ancora oggi risulta essere il più incredibile artefatto sonoro emerso da tutto l’underground francese di quegli anni. Nel corso del tempo gli Archaïa sono stati accostati ai vari Univers Zero, Jade Warrior, Arachnoid, King Crimson (epoca Red), Heldon e ovviamente Magma. A conti fatti, però, l’universo poetico del gruppo è distante anni luce dalle band sopra elencate. Io piuttosto citerei i Chrome, per dire.
Come succede sempre, quando si tratta di visionari che si proiettano ben oltre i limiti del proprio tempo, il disco vendette davvero poco (la maggior parte delle copie venne distribuita dal gruppo stesso durante i concerti) e, altrettanto ovvio, oggi gira a cifre iperboliche nel circuito dei collezionisti. La leggenda narra che vennero registrati dei nastri contenenti materiale sufficiente per un secondo album, ma all’inizio degli anni ’80 pare che Le Bras abbia venduto i nastri al mercato delle pulci! Dato che gli altri componenti del gruppo non possedevano altre copie, ormai il famigerato master tape sembra perduto per sempre.
Archaïa è un album scurissimo, sfuggente e dannatamente inquietante. Si potrebbe definire horror music, ma senza neanche un singolo cliché che il genere prevederebbe. Ogni brano è immerso in una atmosfera gelida, spersonalizzata (in questo anticipatrice di successive istanze cold/dark wave), dove i testi abbondano di richiami all’esoterismo più ermetico e sotterraneo. Se per i Neu! e altri eroi tedeschi si parla di motorik, in questo caso verrebbe da coniare il termine robotik…
Il disco si apre con Soleil Noir, che comincia con voci di bambini e suoni che pulsano minacciosi sul fondo finchè un ritmo quasi da treno non sale in cattedra, accompagnato da synths spaziali e gelidi, le chitarre sono tremendamente fuzz e grintose, il basso pulsa che è un piacere. La successiva L’Arche des Mutations è immersa in un mood krautrock (Harmonia?), grazie ai suoni acuti e pulsanti, i sintetizzatori spaziano da tonalità alte a suoni bassi, quasi gutturali; la voce intona melodie alternate a recitativi, un brano intenso e bellissimo. Sur Les Traces Du Vieux Roy è guidata da tastiere che sembrano bisbigliare come fossero voci, in una bolla di suoni pulsanti e riverberanti. La Roue ha profondi suoni di basso, percussioni e synths liquidi e oscuri, al suo interno una risata va e viene come in un incubo agghiacciante. Ogni brano meriterebbe una citazione, il livello qualitativo è sempre altissimo, Massa Confusa ha un’introduzione da casa infestata, piena di suoni elaborati e acquatici, anche dopo l’ingresso della voce l’atmosfera resta plumbea e claustrofobica. A tratti le percussioni generano un clima quasi tribale, ritualistico, anche se non saprei dire da quale pianeta arrivi la suddetta tribù. Nella ristampa in cd pubblicata dalla Soleil Zeuhl nel 1998 ci sono tre bonus tracks, di cui due dal vivo e con Alain Evrard (tastiere e percussioni) e Patrick Renard (batteria) al posto di Philippe Bersan. Robots Dans Le Formol ha un ritmo portentoso e davvero in anticipo sui tempi, da brividi lo scambio voce-tastiere.
Ascoltando gli Archaïa si ha la strana sensazione di trovarsi all’interno di una fiaba corrotta, degenerata in incubo, dove tutti i riferimenti vengono perduti o sovvertiti. Se l’effetto è questo ai nostri giorni, vengono i brividi a pensare cosa suscitava il suo ascolto nel 1977!
Erano assolutamente originali e senza veri paragoni (se non solo successivi), sventurati e paradossalmente ancora oggi considerati derivativi a causa della distribuzione postuma avuta dal disco. In realtà gli Archaïa furono pionieri della specie più luminosa (si trovano anche nella famosa lista di dischi apparsa sul primo album dei Nurse With Wound, e Steven Stapleton se ne intende…) al pari di altri nomi più conosciuti.
Persino il logo con il nome che fronteggia la copertina è in anticipo sui tempi: ad un occhio attento non può sfuggire la somiglianza con quelli adottati dai gruppi black metal dagli anni ’90 in poi.
L’aura maledetta che ha sempre circondato il gruppo ebbe un’ulteriore, tragica conferma tre anni dopo l’uscita del disco; il bassista Michel Munier si toglie la vita, mettendo definitivamente la parola fine alla storia degli Archaïa.
Antonello Cresti, nel suo Solchi Sperimentali (Crac Edizioni) definisce questo album “un parallelo nusicale del romanzo Il Mattino dei Maghi di Pauwels e Bergier”, davvero non si potrebbe trovare una definizione migliore.
Se ci riuscite, fate vostra questa distopica perla perduta nei gorghi dello spazio tempo, non ve ne pentirete affatto, potete credermi.


Edvard von Doom


Nessun commento:

Posta un commento