LE ONDE ELETTRICHE DEI MISTICI MODERNI
Nel marasma del modernismo globalizzato nel quale ci
troviamo può succedere che nascano cose intrinsecamente interessanti come, per
esempio, degli ibridi musicali pensati dalla generazione che meglio riesce ad
assorbire ed interpretare tutti gli innumerevoli input che la nostra epoca
offre.
I giovani di oggi riescono, di fronte alla disponibilità
pressochè totale di un oceano di musica, a pescare a piene mani dal passato
inserendo perfettamente ogni intuizione in un contesto decisamente attuale.
Probabilmente hanno dalla loro parte la consapevolezza di
poter/dover assorbire tutto lo scibile musicale, come del resto qualsiasi altra
cosa, con una velocità diversa dettata principalmente dall’avvento di una
tecnologia (il world wide web o più comunemente la rete) che permette sempre il
qui ed ora con una simultaneità sino ad oggi sconosciuta.
Ad onor del vero, sarà per la mia età (quest’anno sono
cinquanta), ma ho sempre, sino ad ora, mal sopportato il melting pot di vari generi
(anche se a tempo debito, anni novanta, mi ero appassionato a certo crossover
fuori dagli schemi) soprattutto se in questi sono presenti, in ogni possibile forma,
i miei amati sixties: preferivo le bands filologiche perché nulla poteva essere
meglio di quanto fatto in quella magica epoca ed era quindi inutile pensare di
attualizzare una formula senza tempo!!
Beh, oggi sono cambiato forse anche a causa di quanto
appena esposto, quindi ho iniziato ad ascoltare in maniera più flessibile
quanto per me una volta non era fondamentalmente concepibile a causa della mia
ristrettezza mentale, devo ammetterlo.
Tutto il mercato indipendente è stato certamente smosso,
negli ultimi dieci anni, da figure centrali e pionieristiche come quelle del
giovane Ty Segall (nato a Laguna Beach, USA nel 1987) che è ormai giunto al suo
ottavo (?!?) album e del più attempato John Dwyer con i suoi Oh Sees (gli
albums sono dieci ad oggi!!) ed i suoi progetti paralleli dove tutti i generi
vengono mischiati e fagocitati, seguendo il loro background fatto di ascolti
dei più disparati (tipici della generazione dell’immediata disponibilità totale
o, se preferite, dell’usa e getta) che si traspongono nel loro percorso
musicale ed artistico: lo specchio dei tempi moderni.
E’ così che anche tutti i generi musicali noti (siano essi
garage, psychedelia, new wave, punk, post-punk….) hanno progressivamente
assunto connotazioni differenti in funzione di una rinnovata attitudine al,
diciamo così, meticciato.
Il primo colpo di fulmine istantaneo mi era
successo, ricordo nitidamente, con l’ascolto dei Crystal Stilts, bands di Brooklyn
(New York) dedita ad una formula molto interessante di ibridazione sonora.
Formatisi nel 2003 hanno esordito sulla lunga distanza
soltanto nel 2008 con Alight Of Night,
ovvero un esordio che amalgamava con disinvoltura sonorità ricche di
reminiscenze debritrici dei Joy Division di Unknown
Pleasures (in primis la profonda
voce di Brad Hargett, il carismatico leader) con l’aggiunta di echi e
distorsioni chitarristiche di pura marca Jesus & Mary Chain (Psychocandy, naturalmente), ritmiche
sempre cadenzate e melodie completamente immerse in un climax sixties in rigorosa
bassa fedeltà.
Il successivo In Love
With Oblivion del 2011 prosegue egregiamente sulla stessa linea muovendosi
maggiormente in direzione pop! Con il terzo Nature
Noir del 2013 hanno immesso, nel già poliedrico sound, anche marcate
influenze di Byrds con un frequente uso del caratteristico jingle-jangle che li
vede orientati verso lidi folk-rock ed un suono più pulito senza perdere nulla
in freschezza.
Onestamente non sono mai andato a cercare bands simili a
loro sino a quando mi è casualmente capitato di comprare Relax, secondo splendido album degli Holy Wave nel 2014.
Gli Holy Wave provengono dal giro di Austin legato alla
Reverberation Appreciation Society (la loro etichetta discografica) ed ai più
noti Black Angels. Anche loro sono un bellissimo ibrido di new wave (quella
buona degli anni novanta che parte da certe cose di scuola 4AD ed arriva a
lambire certo math-rock più morbido), fortissimi echi sixties, soprattutto per
quanto riguarda le melodie e le parti vocali, che rimandano direttamente a quel
magico periodo, la ritmica più orientata verso una metronomica matrice di
origine krauta anni settanta e certo punk, primi anni ottanta, non scalfito ancora
da nessun spasmo hardcore.
Con il nuovo Freaks
Of Nurtur, il loro flessuoso sound ha spiccato il volo verso lidi ad alto
tasso allucinogeno perfettamente riscontrabile già dall’opener She Put a Seed In My Ear, leggiadra e
sicura con ritmica sincopata e voce altamente evocativa.
L’indimenticabile melodia catchy di Western Playland si incolla in maniera indissolubile nella nostra
memoria e ci accompagna alla successiva, dai forti richiami di garage moderno, You Should Lie.
Come brano manifesto possiamo prendere California Took My Baby Away, dove un paesaggio sonoro lieve e
delicato di chitarre dolcemente stratificate ci avvolge come una nebbiosa
mattina sulla spiaggia e la voce armoniosamente intensa ci accarezza nel
ricordo di memorie ancora nitide e presenti.
Un radioso futuro li attende se continueranno a svilupparsi
in questa interessante direzione.
Dalla soleggiata California provengono invece i molto
promettenti Levitation Room che con il loro primo album Ethos (che contiene quattro brani già precedentemente apparsi nel
loro già riuscitissimo mini LP di esordio dell’anno scorso intitolato Minds Of Our Own) riescono a creare una
splendida tessitura di soavi e sognanti atmosfere dreamgaze (vale a dire
shoegaze iterativo ma dolce ed etereo) con profonde radici sixties immerse
nella psychedelia più rarefatta con chitarre trattate e fluttuanti e melodie
sempre sugli scudi.
Album che riesce in mezz’ora tirata, con forti
inserimenti di garage, diluito in acidissime spirali di chitarra (Cosmic Flowers e la magnifica Loved), a non sbagliare un colpo
inserendo brani moody da manuale come Reason
Why o There Are No Words, quest’ultimo
dai forti richiami dei migliori Seeds, con il fuzz egregiamente somministrato, nenie
orientali come Plain To See, lenta e
sognante, ed anche Till You Reach Your
Last Breath e la finale Crystal Ball
dove i delicati arpeggi di chitarra e la voce modulata e sensuale ci invitano
ad entrare nel loro magico mondo catapultandoci in un caleidoscopio pazzamente colorato.

Ora si fa’ un salto a Melbourne (Australia) dove si sono
formati i fantastici Murlocs, giovanissma band che ha assimilato perfettamente
la lezione di conterranei maestri sixties come Master Apprentices (prendete
come esempio l’immortale brano Wars Or
Hands Of Time presente sul loro omonimo debutto datato 1967) e, vivendo nel
presente, ha saputo diluire il suono in un molteplice gorgo di sinuosi
riverberi zeppi di riferimenti anni novanta (new wave, post punk, punk, dream
pop, shoegaze………..).
Questa band è veramente unica per attitudine e sicurezza
dei propri mezzi: in loro la matrice garage / R & B è decisamente posta in
evidenza (il suono è molto in linea con le produzioni del periodo 1965/1966) ma
la vera particolarità è la voce di Ambrose Kenny-Smith, fragile ed infantile,
con un trasporto ed una presenza così peculiari da ammaliare chiunque.
Anche nel loro caso le melodie hanno un’importanza
cruciale; vedi gli illuminanti esempi distribuiti nei loro, ad oggi, due
albums, ripettivamente Loopholes
(2014) ed il nuovo Young Blindness
(2016).
E’ un vero piacere lasciar scorrere brani come la sognante
e sospesa Control Freaks , tra
riverberi elettrici ed armonica avvolgente, come anche Paranoid Joy, completamente fuori dal tempo, persa in una dimensione
psychedelica caratterizzata da innocenti visioni adolescenziali (entrambe
tratte dal primo Loopholes).
Il recente Young Blindness
li conferma a livelli di assoluta eccellenza, distribuendo le intuizioni
dall’iniziale incalzante Happy Face,
proseguendo con la cadenzata Young Blindness
dove è la splendida voce filtrata a guidare le danze sino ad arrivare alla lenta
ed ipnotica Rolling On, densa di
aromi peace & love ed alla conclusiva Reassurance,
più pop ed evocativa.
Rimanendo sempre nei dintorni di Melbourne e precisamente a
Geelong non possiamo esimerci dal citare i Frowning Clouds che dalla posizione
filologica del primo album del 2009 (Listen
Closelier) contenente anche una fantastica cover di Do Like Me degli indimenticati Uncalled For, anno 1967, si sono
progressivamente spostati tra le pieghe allucinogene del secondo album del 2013
(Whereabouts) sino ad arrivare, nel
2014, alla perfetta deriva psychedelica
del terzo Legalize Everything (il
titolo dovrebbe rendere chiaro il concetto).
Tra le misteriose ed affascinanti “mille luci di New York”
sono nati e cresciuti invece i Mistery Lights, vero e proprio oggetto non
identificato catapultato nell’attuale panorama musicale odierno da una
dimensione parallela.
Dopo un ancora acerbo debutto nel lontano 2009 (Teenage Catgirls And The Mistery Lightshow)
ed un altrettanto acerbo seguito, disponibile esclusivamente in cassetta, nel
2015 (At Home With The Mistery Lights)
sono approdati al recente e prodigioso manifesto rappresentato dall’omonimo
terzo album ufficiale registrato totalmente in analogico nei vintage studio
della Daptone Records, House of Soul!
Provate ad immaginare una band con un suono filologico
(1965/1966) ma un’attitudine figlia del periodo post-punk migliore (Killing
Joke in primis) o, se preferite immaginate una band come, per esempio, i
succitati Killing Joke che realizza un album di covers dei Chocolate Watchband
o Music Machine.
L’album in questione è una sorprendente summa del migliore garage
punk odierno con un’attitudine angolare e spigolosa tipica di certo math-rock
(Don Caballero), cosa ben udibile sin dalle iniziali squilibrate evoluzioni delle
scorribande elettriche di Follow Me Home
dove la performance del vocalist, chitarrista e frontman Mike Brandon è
veramente strepitosa. Credetemi, nel genere tra le cose migliori oggi in
circolazione.
Se volete trovare un’attualizzazione dei suoni che abbiamo
amato ma che non appartengono più, per forza di cose, alla nostra epoca, potete
senza timore di smentita, cercarla in nuove bands come quelle che ho provato a
proporvi tra le tante che si muovono in questa direzione: l’unica possibile
oggigiorno?
Certamente no, ma una valida alternativa per cercare di
avere una visione ottimistica di ciò che ci attenderà!
Fabio Reverberend Avaro